Articoli

Quando il gioco diventa patologico: Ludopatia

 

Oggi il gioco d’azzardo è diventato un comportamento che assume connotati di patologicità e rischio su tutto il territorio nazionale. Nel corso degli anni abbiamo assistito ad un incremento esponenziale delle offerte nel settore del gioco-scommesse, legali e non. L’elevata disponibilità di fruizione di luoghi deputati al gioco come bar, tabaccherie, sale giochi, etc, e il basso costo delle giocate, sono in relazione con lo sviluppo del gioco d’azzardo eccessivo e patologico, la ludopatia

Nell’ultima edizione del DSM V (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, 2013), il Disturbo da Gioco d’Azzardo (Gambling Disorder) passa da patologia del controllo degli impulsi a status di dipendenza comportamentale. Questo è un importante cambiamento epistemologico che evidenzia le analogie, confermate dall’evidenze scientifiche, tra il gambling (gioco d’azzardo) e le dipendenze chimiche.

Molte persone giocano occasionalmente per divertirsi, secondo le proprie possibilità e senza conseguenze; sono in grado di smettere in qualunque momento e di riconoscere che il gioco costituisce una potenziale fonte di danno economico e sociale.

Per alcune di queste persone il gioco diventa invece un PROBLEMA che può presentarsi da moderato a grave.

Il giocatore eccessivo non ha il pieno controllo sul gioco e sulle sue conseguenze e può diventare una vera e propria DIPENDENZA.

Il bisogno di giocare è sempre più forte: aumentano la frequenza, i tempi di gioco e il denaro investito.

La gravità sta nel fatto che il gioco irrompe nella vita del giocatore determinando una compromissione del suo normale funzionamento.

Tra i segnali che ci indicano che il gioco d’azzardo sta diventando un problema per il giocatore vi sono:

-Cambiamenti dell’umore: Instabilità, euforia, depressione, irritabilità, ansia e insonnia.

-Cambiamenti nei comportamenti: evitamento delle relazioni, cambiamento nelle abitudini, scarsa attenzione alle responsabilità, esplosioni di collera e tendenza all’aggressività, riduzione della disponibilità economica.

 

Tra i fattori di rischio, ossia quelle condizioni che aumentano la probabilità che una persona possa sviluppare un problema con il gioco, vi sono:  

Ø      una grossa vincita all’inizio della sua esperienza di gioco

Ø      problemi di denaro

Ø      difficoltà a gestire il denaro

Ø   recente perdita o cambiamento nella sua vita affettiva come ad es. una separazione, la perdita del lavoro, il pensionamento o un lutto

Ø      giocare per allontanare le preoccupazioni riguardanti la salute fisica o psicologica

Ø      usare il gioco o alcol o altre sostanze per cercare di superare pensieri o eventi negativi

Ø      episodi di violenza nella propria vita

Ø   avere un membro della propria famiglia con problemi di gioco d’azzardo,  l’alcol o altre sostanze

Ø      sentirsi soli e annoiati

Ø      essere convinti di avere un metodo infallibile che aumenta le possibilità di vincere

Ø      amare il rischio e l’eccitamento.

Ø      pochi interessi o passatempi, la vita priva di uno scopo.

 

Chi risente particolarmente delle azioni del giocatore patologico, è il nucleo familiare.

La salute e la qualità della vita dei componenti della famiglia possono essere compromessi a vari livelli: economico, relazionale, psicologico, fisico...

Quando il familiare scopre che la persona cara gioca in modo eccessivo, sperimenta sentimenti negativi molto intensi, come senso di tradimento, delusione, annichilimento (“ho visto il mondo crollarmi addosso”), incredulità, confusione, smarrimento, sentimenti di colpa, rabbia e perdita di ogni fiducia, paura del futuro, disperazione, ansia, sintomi psicosomatici da stress.

 Quando un genitore ha un problema con l’azzardo, i figli possono sentirsi dimenticati, depressi e arrabbiati. Possono pensare di aver causato il problema e che se faranno i “bravi” il problema si risolverà. Vengono precocemente assegnate responsabilità adulte, a volte si assumono compiti non adatti alla loro età (es. prendersi cura dei fratelli più piccoli, sostenere e/o controllare il genitore con il problema azzardo correlato). In taluni casi, per sviare l’attenzione dal genitore che gioca, possono cercare di mettersi in mostra, assumendo condotte a rischio per la salute (es. usare alcol o altre droghe, trasgredendo alla legge o giocando d’azzardo loro stessi).

 

 I Giovani e gli anziani costituisco una fetta di mercato sempre più consistente della nuova e fruttuosa industria del gioco d’azzardo. Rispetto a quest'ultimi, un fattore di rischio è la “perdita dei ruoli sociali tradizionali” come: il NON essere più genitori, lavoratori, mariti, mogli, che può portare a vissuti di  isolamento, solitudine, depressione e simili.

Tali situazioni possono incrementare il rischio di divenire dipendenti dal gioco d’azzardo, perché a quel punto, il gioco assume una funzione compensatoria, cioè, rischia di diventare “importante” perché in grado di procurare occasioni di socialità, perché in grado di offrire divertimento, crea l’illusione di alleviare anche parzialmente i sentimenti negativi vissuti.

 Per quanto riguarda il trattamento, un approccio multidimensionale, risulta fondamentale per il percorso del giocatore patologico: l'utilizzo a seconda dei casi e della gravità, di interventi di tipo farmacologico e/o psicoterapeutico individuale e di gruppo col giocatore e/o con la sua famiglia. L'inserimento in contesti residenziali o in gruppi di auto mutuo aiuto, accompagnati da consulenze legali e finanziarie, risulta efficace il più delle volte. 


 

Link utili:

http://www.giocaresponsabile.it/?fuseaction=TestCPGI 

Alea: www.gambling.it 

www.giocatorianonimi.org

 

 

Dott.ssa Stefania Lavacca

0 Commenti

Noi Siamo infinito

“Noi siamo infinito” è uno dei ritratti cinematografici dell’adolescenza meglio riusciti negli ultimi anni. In un racconto ricco di spunti di riflessione, la sofferenza, il senso di solitudine, di unicità, le potenzialità della condivisione, la forza della sintonizzazione, il dinamismo delle potenzialità evolutive proprie di questa fase della vita, con la loro qualità irripetibile e specifica, sono raccontati nella loro genuina intensità e intrecciati nelle diverse e delicate tematiche che vengono narrate.

Il film è una trasposizione cinematografica del romanzo epistolare scritto alcuni anni prima dal regista stesso, Stephen Chobsky, pubblicato con il titolo originale di “The Perks of Being a Wallflower”, letteralmente “Il vantaggio di essere una tappezzeria”, tradotto nella versione italiana con il titolo “Ragazzo da parete”.

Il ragazzo (inizialmente) “da tappezzeria” è Charlie, di cui seguiamo la vita, anche attraverso il suo stesso raccontarsi, a partire dal temuto ingresso nelle scuole superiori. Charlie è un ragazzo sensibile, ma poco connesso con i suoi vissuti affettivi, in particolare il dolore, curioso, ma inibito nelle relazioni, intelligente ma insicuro. Scosso dall’improvviso e inspiegato suicidio del suo unico amico, nonostante l’attenta vicinanza dei suoi familiari, Charlie si trova in un vuoto di relazioni e di senso, che lui stesso cerca di colmare con le lettere a un amico immaginario, a cui chiede se esista qualcuno che lo possa realmente capire nel suo profondo isolamento esistenziale.

Chi potrà accoglierlo e riconoscerlo saranno i ragazzi dell’“isola dei giocattoli difettosi”, come loro stessi si definiscono, in cui non è importante funzionare bene, ma in cui si può stare ed essere riconosciuti con le proprie fragilità e i propri dolorosi segreti. Così, infatti, vale anche per Sam e Patrick, con cui Charlie lega maggiormente, e che, essendo all’ultimo anno del liceo, non a caso sono anch’essi destinati a lasciarlo.

Inizia così il suo tortuoso viaggio attraverso l’adolescenza, in un prolungato movimento di oscillazione tra l’interno e l’esterno, ossia quel compenetrarsi continuo tra le esperienze affettive, relazionali, il mettersi alla prova in contesti nuovi da una parte e gli equilibri interni costantemente in discussione attraverso le speranze, gli investimenti, le crisi e le separazioni anche da parti di sé che non torneranno più, dall’altra.

L’oscillazione è anche tra il divenire e ciò che lo precede, cioè tra tutte quelle esperienze, quegli stati d’animo, così profondamente connessi con la pubertà di Charlie, che lo metterà di fronte al suo non essere più il bambino che è stato fino ad ora, e il prendere contatto con ciò che queste trasformazioni evocano: il suo doloroso passato.

Scopriremo con i suoi stessi occhi e il suo stesso impatto percettivo, che il trauma più profondo risiede nel suo rapporto con la zia fino a quel momento fortemente idealizzata.

Charlie può “scoprire” il trauma dell’abuso soltanto attraverso l’intimità sessuale con Sam, non a caso anch’essa a sua volta abusata.

Freud (“Progetto di una psicologia”, 1895) ha postulato il concetto di “posteriorità” per descrivere la peculiarità di un evento cronologicamente secondario e apparentemente irrilevante di rivelarsi traumatico per la persona che lo vive, in quanto capace di ridestare la portata traumatica propria di un primo evento, più antico e rimosso. Nel caso di Charlie, la vicinanza con Sam, sulla sana spinta pulsionale della pubertà, quindi attraverso l’accesso alla sessualità genitale nella sua forma adulta, costituisce quell’evento secondario che conferisce quel significato sessuale, e quindi traumatico, all’evento originario, ossia la relazione abusante della zia, che tale non poteva essere vissuta dal Charlie bambino.

Ferenczi (“Confusione delle lingue”, 1932) aveva ben descritto i meccanismi dell’abuso sessuale nella relazione tra l’adulto e il bambino. Al linguaggio della tenerezza che il bambino utilizza nei confronti della figura adulta amata, l’adulto abusante risponde con quello della passione, erotizzando e sessualizzando la relazione con il bambino.

L’abuso intrafamiliare prolungato si può reggere soltanto attraverso il segreto. Fatalmente tutte le persone, intorno a Charlie, oltre alla zia (“sarà il nostro piccolo segreto”) gli chiedono di tenerne uno, intorno alla violenza o alla sessualità: lo fa la sorella, che, picchiata dal ragazzo, subito dopo lo bacia, annullando l’atto di violenza (Charlie avrà qui il primo flashback della zia); lo fa Patrick, quando Charlie lo trova nell’intimità col suo ragazzo Brad; lo fa anche Sam rendendo clandestino il loro primo bacio, mentre lei ha già una relazione e, involontariamente confondendo le lingue, in modo inverso alla zia, baciando con tenerezza Charlie (“il primo bacio dev’essere da chi ti vuole bene”) mentre lui parlava il linguaggio della passionalità.

Avvicinandosi al crollo psichico di Charlie, man mano che l’esperienza del trauma si fa sempre più vicino alla sua percezione, iniziano a “tornare” quelle parti del Sé che egli aveva dovuto tenere dissociate fino ad allora. Per il bambino abusato è impensabile conciliare la figura dell’adulto che ama con quella dello stesso adulto che gli fa violenza e lo getta in uno stato d’angoscia così profondo e terrificante. La dissociazione interviene come difesa estrema rispetto al pericolo di integrare queste parti così minacciosamente opposte, al prezzo di tenere dissociate anche i rispettivi stati del Sé di Charlie.

Vediamo così esplodere improvvisamente quella rabbia con cui Charlie sembrava non essere assolutamente in contatto, nella scena della mensa in cui difende Patrick, proprio quando il suo ragazzo disconosce la relazione intima avuta con lui. Tanta è la rabbia dissociata (Charlie non ricorda nulla di ciò che ha fatto, agendo in uno stato di coscienza alterato) tanto è il senso di colpa, prima inavvicinabile, perché inavvicinabile era la rabbia nei confronti della zia. Quando emerge, infatti, Charlie, angosciatissimo, chiama la sorella per chiederle se la zia sia morta perché lo abbia voluto lui, contattando così improvvisamente le fantasie omicide connesse all’essere vittimizzato.

Il crollo, ben rappresentato dalla frammentazione sullo schermo dei vari Charlie che si separano gli uni dagli altri, sarà il passaggio attraverso cui poter integrare dentro di sè, con il ricovero e il plausibile lavoro con la psicoterapeuta, tutti quegli stati affettivi che non potevano essere avvicinati prima. Charlie potrà quindi avere finalmente accesso al dolore, che prima non poteva provare (come ci è evidente quando racconta in modo anaffettivo a Sam del suicidio dell’amico). Potrà vedere riconosciuta nel rispecchiamento degli altri, compresi i genitori, la portata emotiva di quegli eventi e di quei vissuti. Potrà, quindi, riappropriarsene, dotarli di senso e investire creativamente il proprio pensiero, attraverso la metafora della macchina da scrivere, con cui potrà rimettersi alla ricerca, ora più autentica, di quelle tracce di sé con cui narrare la propria identità in trasformazione.

Potrà, quindi, finalmente sentirsi “infinito”, pienamente dentro di sé e dei propri vissuti, ora aperto a ciò che è e sarà: con le parole della terapeuta “non possiamo scegliere da dove veniamo ma possiamo scegliere dove andare da lì in poi”.

 

Dott. Alberto Codazzi

0 Commenti

Quando la Paura fa Paura: gli Attacchi di Panico

Il termine “paura” deriva dal sostantivo latino “pavor” e da “pavere”(temere, aver paura), imparentato con “pavire”, battersi/abbattersi a terra, figurativo di eventi quali lo svenire, il soccombere, o l’appiattirsi al suolo per nascondersi.

La paura, sembra, soprattutto ai nostri giorni, rappresentare una minaccia terribilmente incombente, tale da sconvolgere tutte le certezze degli individui e delle collettività, e tale da assumerne una sua consistenza e configurazione psicopatologica.

Negli ultimi anni si è assistito ad un crescente interesse per il disturbo da attacchi di panico (DAP), quadro psicopatologico a repentina insorgenza che evidenzia un notevole potere disorganizzante sulla personalità, sulla vita relazionale e sociale dell’individuo.

Gli studi epidemiologici pongono l’incidenza di tale quadro in un range che oscilla tra lo 0.4 e il 3% della popolazione, con una prevalenza sul versante femminile (rapporto di circa 1 a 4). La fascia d’età che è maggiormente colpita da questa patologia è compresa tra i 18 ei 35 anni.

I sintomi del disturbo da attacchi di panico sono così schematizzati dal DSM IV (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali):

 

-   Dispnea o sensazione di soffocamento

-   Sbandamenti, instabilità o sensazioni di svenimento

-   Palpitazioni o tachicardia

-   Tremori fini o a grandi scosse

-   Sudorazione

-   Sensazione di asfissiare

-   Nausea o disturbi addominali

-   Depersonalizzazione e/o derealizzazione

-   Parestesie (torpore o formicolio)

-   Improvvise vampate di calore

-   Dolore o fastidio al petto

-   Paura di morire

-   Paura di impazzire o fare qualcosa d’incontrollabile.

 

Ciò che caratterizza l’attacco di panico è un improvviso attacco contraddistinto da un’intensa e profonda sensazione d’angoscia, di catastrofe imminente, di pericolo, di terrore, di paura, accompagnato da grande inquietudine ed agitazione, unitamente ad un comportamento disorganizzato e afinalistico. In questa connotazione estrema l’ansia impedisce all’individuo l’organizzazione di un’adeguata strutturazione del pensiero e di strategie difensive a livello psico-cognitivo.

Frequentemente al panico sono associati fenomeni di depersonalizzazione (sensazione di estraneità nei confronti del proprio mondo psichico e somatico) e di derealizzazione (sentimento di confusivo allentamento del normale e sostanziale contatto con la realtà esterna che viene percepita come strana e insolita)

La crisi di panico può conseguire da un’intensa reazione emotiva scatenata da un pericolo reale (per esempio terremoti, incidenti drammatici, etc.), o manifestarsi quale conseguenza del “grave pericolo o minaccia” derivante dai conflitti o tensioni esistenti a livello inconscio (intrapsichico).

Il disturbo da attacchi di panico, se vogliamo, può essere considerato un concetto al “confine” tra mondo psichico e somatico. Pertanto merita una breve accenno alcuni studi sui suoi correlati biologici.

I sistemi neurotrasmettitoriali implicati sono quelli GABAergici, noradrenergici e serotoninergici della corteccia prefrontale, del locus coeruleus, del nucleo del rafe mediano ed infine del sistema limbico.

Il sistema limbico costituisce una complessa struttura funzionale del sistema nervoso centrale deputata all’elaborazione delle emozioni e degli stati affettivo-istintivi, fattori fondamentali nell’espressività, nel comportamento e nelle attività vegetative e somatiche.

All’ipereccitabilità di tale sistema corrisponderebbero, sul piano psico-comportamentale, le reazioni di paura e di panico.

Il panico sul piano psicodinamico va considerato all’interno di una relazione, cioè: “ panico rispetto a che cosa ?”.

Il mondo dell’attacco di panico va soggettivizzato e contestualizzato, è necessario  considerare il sintomo come il segnale di un malessere più profondo che proprio attraverso quel sintomo viene in superficie e chiede di essere ascoltato.

La ragione del perché il sintomo appaia immotivato, anche a chi lo vive, è insita nella modalità stessa di far fronte all’angoscia, cioè alla tendenza a tagliare alle radici  il rapporto  dell’angoscia con lo sfondo da cui origina, e lasciare sulla scena un panico “immotivato” che chiede attraverso il corpo, quell’aiuto che nella mente non riesce a trovare.

Pertanto l’attacco di panico va considerato come una via di fuga, come il punto di emergenza di una configurazione psicologica conflittuale presente nella vita della persona e dotata di una sua specifica storia, che può essere scoperta solo concedendosi del tempo nella sua trattazione.

Quel pacchetto di angoscia che viene confezionato  nella crisi di panico ha bisogno di tempo per essere aperto e visto in tutte le sue componenti e ramificazioni.

Il lavoro psicoterapeutico con la persona che soffre di attacchi di panico, si propone quindi di fare emergere col tempo connessioni e corrispondenze il cui significato emotivo dell’attacco, disconosciuto sino a quel momento, può essere gradualmente accettato e riconosciuto dalla persona stessa.

 

Dott. ssa Stefania Lavacca

 

0 Commenti

La schizofrenia oggi

La schizofrenia è un disturbo mentale grave, perché altera tutta una serie di funzioni psichiche, tale da rendere invalidante, in taluni casi, anche le normali attività della vita quotidiana. La probabilità di ammalarsi si situa intorno all'1%, ripartita in maniera uguale tra uomini e donne.

Schizofrenia deriva dal greco e significa mente “separata”, intendendo una separazione dalla realtà. Infatti la malattia interferisce con la capacità dell'individuo di riconoscere la realtà e di gestire le proprie emozioni.

Tra i sintomi della schizofrenia, vi sono quelli che vengono definiti positivi, e si presentano quando la persona perde il contatto con la realtà in misura rilevante, come:

-Il delirio (convinzioni assolute ed incontestabili che riguardano spesso, ma non sempre contenuti assurdi; es. "gli alieni mi vogliono uccidere"; "sono circondato da microfoni dappertutto").

-allucinazioni (percezione di stimoli per lo più acustici (le voci), che in realtà non esistono; es. voci che offendono il paziente o che commentano ogni sua azione)

Poi vi sono i Sintomi  Negativi:  come la piattezza emotiva, la mancanza di espressione, l’incapacità di iniziare e portare a termine le azioni più comuni e la perdita di interesse per la vita.

Una terza categoria di sintomi presenti nello schizofrenico sono detti Sintomi Disorganizzati,  questi sono rappresentati dal disturbo del pensiero, espresso con modi di pensare non usuali, dall'incapacità di organizzare in maniera logica e sensata i propri pensieri.

 Disturbi  del linguaggio e  del movimento: espressi con movimenti agitati del corpo che possono ripetersi molte volte, o con forme catatoniche, come il completo immobilismo e mutismo, o l’assunzione di posture anomale.

La schizofrenia principalmente si differenzia in 4 sindromi:

- paranoide-allucinatoria (con una marcata prevalenza di deliri ed allucinazioni, oltre a naturalmente i sintomi principali. Spesso assume una forma acuta e comincia durante o dopo il 4° decennio di vita).

- catatonica (i sintomi catatonici sono molto marcati, anche i deliri e le allucinazioni sono possibili. Importante è che questa forma schizofrenica ha una prognosi favorevole).

-ebefrenica (si sviluppa quando il paziente è ancora giovane,  caratteristica è la sensazione di superficialità che questi pazienti irradiano. La prognosi è decisamente sfavorevole).

-Schizofrenia simplex (questo processo ha luogo lentamente ed in maniera non drammatica. Con il passare dei mesi e degli anni, il paziente perde l'impulso all'iniziativa, rende sempre di meno, riduce i contatti umani, ed infine sviluppa quasi solo i sintomi principali ed essenziali della schizofrenia. La prognosi è negativa. Il paziente non ha praticamente chance di tornare alla normalità).

Riconoscere uno schizofrenico prima della malattia vera e propria è abbastanza difficile. Spesso mostrano comportamenti stravaganti di breve durata. Alcuni sono molto timidi e ritirati, altri decisamente vivaci e bizzarri. Un inizio acuto della schizofrenia non è molto frequente, ma quando avviene è meglio, in quanto la prognosi è più favorevole.

 L’insorgere del disturbo è legato ad una serie di fattori  che contribuiscono a creare un terreno favorevole per lo sviluppo della schizofrenia, questi sono di carattere ereditario, biologico, sociale, psicologico e relazionale.

La terapia della schizofrenia ha avuto negli ultimi anni notevoli miglioramenti sia per la disponibilità di nuovi farmaci molto efficaci e selettivi, con riduzione degli effetti collaterali, sia per l'ampliamento delle conoscenze dei disturbi del pensiero e delle emozioni correlate al disturbo, sia per le esperienze ormai numerose di riabilitazione psicosociale. 

L'insieme di queste conoscenze ha consentito l'individuazione di progetti di trattamento complessi ed integrati che hanno evidenziato notevole efficacia, cioè un’evidente riduzione dell'intensità dei sintomi, evidente riduzione del numero delle crisi acute, evidente miglioramento dell'inserimento sociale e lavorativo delle persone affette da schizofrenia (Fowler, Garety, Kuipers,  1997)

Da un punto di vista psicologico, secondo la concezione sistemico-relazionale, che studia principalmente l’individuo all’interno del suo sistema di appartenenza (famiglia e ambiente circostante) la famiglia viene considerata come il sistema relazionale primario nel processo di individuazione, crescita e cambiamento di ogni singolo componente e quindi  la sofferenza di uno dei membri di tale sistema, può essere considerata come espressione della disfunzionalità dell’intero sistema  sia nelle  relazioni interne che in quelle con l’ambiente esterno.

Il sintomo non è più soltanto la manifestazione della sofferenza di un individuo, ma l'espressione di un disagio che investe nella sua totalità il sistema di cui l’individuo fa parte.

Nel trattamento del paziente schizofrenico, in taluni casi, può essere richiesta  una terapia familiare e quando si lavora con la famiglia, il terapeuta deve considerare questa come una risorsa terapeutica, deve valorizzare il contributo di tutti alla comprensione di ciò che sta accadendo e alla ricerca di soluzioni nuove, deve sostenere la partecipazione attiva dell'intero nucleo familiare  come via privilegiata per superare le difficoltà.

Un intervento terapeutico ha lo scopo di migliorare il sistema di comunicazione dei familiari in modo che alcuni schemi relazionali, che sicuramente non hanno determinato il sintomo, ma possono concorrere a sostenerlo o ad esasperarlo, vengano abbandonati.

Si tratta di un cambiamento che può concorrere allo strutturarsi di un clima emotivo familiare più equilibrato riducendo anche sensibilmente lo stato di disagio del paziente.

 

Dott.ssa Stefania Lavacca

0 Commenti

“Il mimetismo delle nuove dipendenze”

Nell’immaginario collettivo il concetto di dipendenza viene generalmente associato ai fenomeni della droga e dell’alcool. Il mutamento di diversi fattori di carattere socio-economico e culturale degli ultimi decenni ha fatto sì che la diffusione di queste sostanze si sia gradualmente svincolata dalle rappresentazioni sociali dell’eroinomane “del parco” o dell’alcolista che beve di nascosto. Sebbene queste manifestazioni di sofferenza e isolamento persistano anche nella loro più estrema drammaticità, sono mutate le modalità di consumo delle sostanze, ora più differenziate e accessibili (pensiamo alla moltiplicazione delle droghe sintetiche e al ritorno alle droghe più “classiche”, ma con un diverso impatto sociale rispetto a prima). I costi più ridotti, la scarsa percezione di pericolosità, il bisogno di sensazioni forti per uscire dalla noia e dal vuoto esistenziale e la necessità di sostenere livelli prestazionali sempre più elevati sono soltanto alcuni tra gli aspetti che possono contribuire a spiegarne la maggior diffusione rispetto al passato.

Ma le droghe pesanti e leggere, così come l’alcool e il fumo, rappresentano soltanto le espressioni più note e socialmente riconosciute di sostanze verso cui si possono sviluppare condotte di dipendenza, con i relativi fenomeni di assuefazione e tolleranza (che implica il bisogno di aumentare la dose della sostanza per poter continuare a percepirne gli effetti). Oggi assistiamo al proliferare di nuove forme di dipendenza verso oggetti, abitudini o stili di vita, che non evocano il fantasma della tossicità neurochimica e che, di per sé, rientrano nella vita “normale” di tutti i giorni. Cibo, sesso, lavoro, culto della forma fisica, internet, televisione, videogiochi permeano il sistema di vita nella cultura occidentale moderna.

Quando la ricerca di un’immagine ideale di sé viene proiettata su di un’ideale di successo lavorativo, sociale, relazionale, così come quello di perfezione della forma fisica o di qualsiasi altra aspirazione di gratificazione personale, lo sforzo può diventare totalizzante: “posso sentirmi realizzato solo se raggiungo quella determinata posizione lavorativa/solo se ho successo con le persone/solo se ho un fisico invidiabile, etc.”. Questo può avvenire anche quando l’eccessiva dedizione verso uno di questi traguardi non sembra tesa alla concretizzazione di un’immagine ideale di sè: anche l’uso quotidiano di strumenti ad alto potenziale ipnotico, come internet, televisione, videogiochi, telefonini e tutto ciò che fa parte dei nuovi media digitali, così come il gioco d’azzardo e l’esercizio fisico, possono diventare irrinunciabili nella quotidianità, esclusivi ed escludenti rispetto alla complessità delle percezioni, degli interessi e delle relazioni di vita della persona. Ciò che lega queste modalità a prima vista così differenti, perché differenti sono gli “oggetti” verso cui tendono, è l’impossibilità di posticipare o modulare la soddisfazione del bisogno stesso, ovvero la dipendenza da qualcosa di esterno per la regolazione di bisogni interni. Quando la giornata non è più la stessa in assenza di questo “oggetto”, quando gli affetti e le relazioni diventano secondari, poco vividi, sullo sfondo, se non ai limiti dell’essere percepibili (proprio come quando una sostanza psicotropa occupa la mente di chi ne fa uso), il rapporto si è trasformato in dipendenza.

A caratterizzare il legame di dipendenza non è l’oggetto in sé, che invece può originariamente esistere per un utilizzo sano: è la forma stessa di questa relazione. Inderogabile, imprescindibile, mossa da un bisogno molto potente, al di fuori delle possibilità di controllo.

Il fatto stesso che la dedizione al lavoro, alla forma fisica, l’uso di internet, tv e media digitali siano largamente condivisi e promossi dai nuovi bisogni sociali e dai canali di marketing, è tra i fattori che rendono più difficile il riconoscimento di una forma di dipendenza verso gli stessi. Possono radicarsi, così, forme subdole di dipendenza, perché la componente di perdita del controllo è facilmente disconosciuta o minimizzata. Si perde la percezione di chi controlla cosa (“posso smettere quando voglio”) e in quale verso vada il rapporto di possesso (la persona verso il suo “oggetto preferito” o viceversa: “sono io che lo posseggo e ne so regolare l’uso”). Il crinale tra i due versanti viene scavalcato laddove l’utilizzo costruttivo al servizio di sé o delle proprie relazioni lascia il passo all’aggrapparsi all’oggetto o allo stile di vita prescelto, come se il pensiero di fondo passasse dal “lavorare mi gratifica e mi fa sentire utile” o “allenarmi mi aiuta a stare meglio con me stesso” al “mi sento male (niente mi può dare un minimo di soddisfazione personale) se non raggiungo quella posizione professionale/se non dedico almeno due ore al giorno all’allenamento/se non trascorro almeno tot. ore al giorno davanti a facebook”. Gli stessi strumenti che si declinano al servizio della comunicazione con gli altri possono diventare al servizio di centinaia di contatti fittizi, al posto di una comunicazione più profonda e reale, contatti che possono permettere di sentirsi ricercati e ricercare senza però uno scambio “vero”. Giochi di ruolo nelle realtà virtuali possono arrivare a sostituire l’investimento emotivo rispetto alla realtà spesso dura e poco gratificante del reale, alla ricerca di un appagamento all’interno di un mondo in cui le regole vengono riscritte.

Di fondo, esiste una sofferenza intima, che può essere negata o dissimulata, a seconda di quanto possono essere riconosciute la dipendenza stessa e la perdita di controllo su di sé e sull’“oggetto”. Un legame di questo tipo, dove il rapporto con l’oggetto crea un’illusoria sensazione di controllo, di gratificazione immediata, di sollievo o fuga, risponde a un vissuto più profondo di inadeguatezza, impotenza, passività, inferiorità, senso di vuoto, noia, solitudine, talvolta di depressione. Anche nella dipendenza dagli strumenti di comunicazione, e quindi nella degenerazione della loro funzione, l’altro non esiste realmente come persona, con valori, pensieri ed emozioni proprie, ma esiste solo il proprio bisogno dell’altro, come in un’alienante rapporto di dipendenza affettiva. Nella dipendenza da sostanza, è della sostanza (invece che della persona) a esistere il bisogno.

La persona che perde la capacità di autodeterminarsi in un legame non riesce a decidere per sé, non riesce a poter desiderare realmente, perché legata o, per meglio dire, internamente vincolata, al bisogno di dipendenza dall’oggetto esterno.

In psicoterapia potersi riappropriare delle capacità di scelta, volontà e autonomia nei confronti di sé e delle proprie relazioni, passa dal potersi riconoscere dipendenti, quindi anche sofferenti. Il processo di cambiamento verso una maggior libertà interiore, rimette in gioco la possibilità di re-investire sui propri affetti e mobilitare le proprie risorse con un maggiore contatto con i propri bisogni, che possono essere percepiti più in profondità, in modo nuovo.

 

Dott. Alberto Codazzi

0 Commenti

Adolescenza e ricerca dell' identità:  Noi siamo infinito

L'Associazione Attraversamenti ha organizzato per il giorno 8 aprile 2014 la proiezione del film Noi Siamo Infinito di Stephen Chobsky, presso la libreria Assaggi di via degli Etruschi nel quartiere San Lorenzo.

L'evento prevede il contributo in fase di commento di Anna Maria Speranza, Professoressa di Psicopatologia dello Sviluppo e Direttrice della Scuola di Specializzazione in Psicologia Clinica; di Alberto Codazzi, psicoterapeuta che fa parte del gruppo di Attraversamenti, e di un noto critico cinematografico del Fatto Quotidiano, Federico Pontiggia. Sarà loro il compito di stimolare la riflessione sul film e su come Noi Siamo Infinito ci parla dell'adolescenza e dei suoi turbamenti.

Ho volutamente posto l'accento sul "come", sul modo in cui il film si avvicina al mondo dei giovanissimi, poiché è stato un fattore centrale nella nostra scelta di presentare questa particolare pellicola e, probabilmente, del successo enorme che il film ha avuto tra i ragazzi e non solo.

L'adolescente infatti non vuole essere spiegato, definito e catalogato, è spaventato all'idea di rimanere intrappolato in una verità che, non essendo la sua, diventa una bugia. Noi Siamo Infinito non pretende allora di inquadrare l'adolescenza, mantiene invece uno sguardo molto laico nel raccontare lo sforzo del protagonista e dei suoi amici di  "uscire vivi"- incolumi e con la sensazione di essere persone vive e reali- dagli anni delle Scuole Superiori.

Ci sembra di aver ritrovato nel film la stessa miscela di rispetto e coinvolgimento che dobbiamo avere noi psicologi nell'accompagnare i ragazzi in quello che uno dei padri fondatori della psicoanalisi, Donald Winnicott, ha chiamato lotta per consistere: "la lotta per instaurare una identità personale, non per adattarsi ad un ruolo assegnato, ma per affrontare tutto quanto deve essere affrontato..." (Winnicott 1961).

Spostando l'attenzione sul modo in cui l'adolescenza viene dipinta a livello mediatico non si può non notare una netta distanza dal "rispettoso coinvolgimento" di Noi Siamo Infinito. Si oscilla piuttosto tra una frenesia classificatoria- gli adolescenti vengono spiegati socialmente, culturalmente, psicologicamente, all'occasione si punta il dito contro la famiglia, la società o i social network- o al contrario vengono considerati come dei buchi neri, insondabili e dunque inavvicinabili. Forse si realizza a livello della comunicazione lo stesso cortocircuito che attraversa molte famiglie di adolescenti: il ragazzo non vuol farsi conoscere, quello che non conosco mi mette inquietudine, da ciò che mi spaventa posso scappare, lasciando il ragazzo al suo destino, oppure ricondurlo a qualcosa di conosciuto e rassicurante.

Il film che Attraversamenti ha deciso di presentare ci restituisce invece la possibilità di ricordare quanto sia diverso, e più complesso, il tentativo di comprendere rispetto all'urgenza di spiegare. Prendo ad esempio una frase che attraversa il film: Accettiamo solo l'amore che pensiamo di meritarci. Non a caso viene pronunciata la prima volta da un professore di Letteratura con cui Charlie, il protagonista, si identifica e che forse incarna ciò che il ragazzo vorrebbe diventare da grande. L'amore per la scrittura sembra infatti, insieme all'oscura sensazione di essere "difettoso", una delle poche cose rispetto a cui Charlie possa dire: questo è mio, mi appartiene!. E anche la frase pronunciata dal professore in un certo senso entra a far parte del suo indefinito senso di identità, diventa la bussola per comprendere le scelte sentimentali della ragazza di cui si è innamorato, e a lei alla fine la restituisce. Possiamo ipotizzare che la frase attecchisca così profondamente in Charlie perché su un tema confuso come l'amore gli rimanda l'importanza del senso di identità, di domande quali: Quanto penso di valere? Cosa credo di meritarmi? Che diritto ho di chiedere e di pretendere di meglio? E via dicendo.

Il film sembra ricordarci che dobbiamo capire come il singolo adolescente, o lo specifico gruppo di ragazzi, risponde a queste domande.

È interessante poi che in un'altra scena, quando il timido Charlie viene ammesso nel gruppo di amici, una ragazza gli dica: Benvenuto sull'isola dei giocattoli difettosi!. Forse in adolescenza non potrebbe esserci accoglienza migliore, laddove offre la possibilità di mettere in comune, flirtare ed esorcizzare la sensazione di non avere le carte in regola per entrare nel mondo dei grandi.

In ogni caso un gruppo, come nessuno dei suoi fedeli affiliati, che condivide una fantasia di questa portata può essere compreso, ne tantomeno spiegato, senza interrogarsi su come risponde alla domanda: Chi siamo noi?

Il timido e "difettoso" Charlie, nel momento in cui riesce a sentirsi vivo, risponde Noi Siamo Infinito.

0 Commenti

Psicologia Sostenibile

Proviamo a immaginare il famigerato signor Rossi alle prese- ad esempio- con una sintomatologia ansiosa acuta, tipo Attacchi di Panico. Con il suo fardello di sofferenza, bisogno di aiuto, esitazioni e perplessità si mette alla ricerca di qualcuno che possa aiutarlo. Cerca uno psicologo, l'idea di prendere farmaci non gli piace e poi il medico di base ha detto che al massimo lo possono sostenere ma non guarire.

Il signor Rossi ha vissuto da spettatore il grande movimento culturale che alla fine degli anni 70 e nei primi anni 80 ha portato alla nascita delle strutture pubbliche sul territorio, e pertanto per prima cosa si rivolge ad un Centro di Salute Mentale. Nel giro di una settimana ha un appuntamento con un ragazzo giovane- uno psicologo specializzando in psicoterapia- molto serio, attento e preparato. In tre colloqui gratuiti il signor Rossi si racconta e alla fine ha l'impressione di aver capito qualcosa di più del suo problema e di se stesso, ma ancora sta male. Lo psicologo gli ha fatto capire su quali aree bisogna lavorare ma, purtroppo, il Centro non può farsi carico di una psicoterapia, di un intervento continuativo. Apprende che le strutture pubbliche sono al collasso, che le poche risorse a disposizione vengono riservate ai casi più difficili, preoccupanti, insomma alle psicosi. Intuisce anche che non otterrà facilmente il nominativo di un professionista nel privato, le esitazioni del suo interlocutore svelano quanto sia difficile per chi lavora nel servizio pubblico accettare l'idea di dover delegare al privato quello che sarebbe un suo mandato.[1] 

Il signor Rossi allora si fa coraggio e chiede consiglio ad un conoscente che in passato è stato in analisi. Entro la fine della giornata ha ottenuto non solo un numero di telefono e un indirizzo, ma anche un appuntamento a breve giro di posta. Incontra un professionista di cui è evidente l'esperienza e l'erudizione, che in una deliziosa strada residenziale lo accoglie in un bellissimo studio con chaise-longue, ricca libreria e ampia scrivania di mogano. Al termine della seduta si parla del costo di ogni sessione e del numero di incontri settimanali. Il signor Rossi si fa due conti e, molto amareggiato, deve rinunciare a quello che prometteva essere un approdo interessante.

Con poco entusiasmo ripete un'azione fatta la sera in cui aveva deciso di cercare aiuto e digita "Psicologo Roma" su Google. Il signor Rossi- giustamente- non ha ancora capito le differenze tra psicoterapia, psicoanalisi, terapia cognitiva, analisi transazionale, e via dicendo. Come scegliere? Chi scegliere? E se poi non è bravo? E se poi mi chiede quanto quell'altro?.

Arriva a pensare che, tutto sommato, ha imparato come non farsi travolgere dagli Attacchi di Panico. Si convince che ci si può convivere senza l'aiuto di nessuno, basterà evitare di andare nei luoghi affollati, nei ristoranti il sabato sera, la Pontina quando si rimane chiusi nel traffico, i viaggi in aereo....e così via.

 

L'epopea del signor Rossi è emblematica delle difficoltà che può incontrare la ricerca di un supporto psicologico senza un valido orientamento e in assenza di ampie risorse economiche da cui attingere. Potrebbero avere analoghe impasse- e fare alla fine analoghe rinunce- studenti liceali e universitari (specialmente fuori sede!), giovani professionisti magari precari, chiunque si trovi a dover ponderare con molta attenzione i propri investimenti.

Abbiamo esemplificato una domanda di psicoterapia a seguito di un urgenza, gli attacchi di panico, ma dovrebbe essere sostenibile anche la prevenzione del disagio psicologico, il semplice desiderio di conoscersi meglio, la mediazione familiare utile a evitare conflitti disgreganti per i bambini, il supporto alla genitorialità.

 

L'idea di una Psicoterapia Sostenibile, per fortuna, ha iniziato a diffondersi e a tradursi in realtà operative. Meritano ad esempio una citazione l'esperienza di Milano, dove tramite un link all'Ordine degli Psicologi della Lombardia è possibile accedere ad un database di strutture che mettono a disposizione dell'utenza un certo numero di prestazioni a prezzi calmierati e una quota a titolo gratuito. A molti chilometri di distanza, a Trapani, segnaliamo un'altra iniziativa che nell'ottica della prevenzione e della cura di bambini, adolescenti e famiglie rende possibile la stipula di convenzioni con il Centro di Psicoterapia e l'applicazione di tariffe calmierate, stabilite sulla base del reddito familiare di ogni paziente/utente.

Anche sul territorio romano alcune strutture- l'Opera Don Calabria ad esempio[2] - e reti di professionisti sono animate dal principio che la psicoterapia possa e debba essere accessibile a tutti gli strati socio-economici della popolazione.

A Roma, lo studio di psicologia Attraversamenti- di cui fa parte l'estensore di questo articolo- sin dalla sua fondazione nel 2007 ha portato avanti il principio di una Psicoterapia Sostenibile, cercando di promuovere il binomio tra competenza e professionalità da un lato e prezzi accessibili dall'altro.

Il lavoro svolto in questi anni sull'identità professionale del nostro gruppo ci ha inoltre portati a differenziare l'offerta di terapia- non esiste infatti un concetto monolitico di psicoterapia che va bene dal signor Rossi al liceale che attraversa un periodo di confusione- e a fare dei distinguo rispetto ad alcune applicazioni del concetto di sostenibilità. Fermo restando infatti che nel privato non è possibile offrire un numero elevato di terapie gratuite- e ci si può chiedere anche quali sarebbero le premesse ad una vera psicoterapia- abbiamo anche preso le distanze dal concetto secondo cui "ognuno paga a seconda di quello che può permettersi". Nel caso di uno studente universitario, ad esempio, si valuta quanto può pagare il ragazzo o quanto potrebbero permettersi i genitori? Contano le entrate reali o quelle che potrebbe avere se trovasse un lavoretto? In che percentuale aumentare la parcella se dopo la Laurea trova un impiego? E così via.

La politica di Attraversamenti, dunque, è quella di proporre delle tariffe ragionevoli, accessibili, flessibili entro termini ragionevoli, che siano rispettose della professionalità di chi lavora e compatibili con le esigenze di ogni categoria di utente.

 

0 Commenti