Noi Siamo infinito

“Noi siamo infinito” è uno dei ritratti cinematografici dell’adolescenza meglio riusciti negli ultimi anni. In un racconto ricco di spunti di riflessione, la sofferenza, il senso di solitudine, di unicità, le potenzialità della condivisione, la forza della sintonizzazione, il dinamismo delle potenzialità evolutive proprie di questa fase della vita, con la loro qualità irripetibile e specifica, sono raccontati nella loro genuina intensità e intrecciati nelle diverse e delicate tematiche che vengono narrate.

Il film è una trasposizione cinematografica del romanzo epistolare scritto alcuni anni prima dal regista stesso, Stephen Chobsky, pubblicato con il titolo originale di “The Perks of Being a Wallflower”, letteralmente “Il vantaggio di essere una tappezzeria”, tradotto nella versione italiana con il titolo “Ragazzo da parete”.

Il ragazzo (inizialmente) “da tappezzeria” è Charlie, di cui seguiamo la vita, anche attraverso il suo stesso raccontarsi, a partire dal temuto ingresso nelle scuole superiori. Charlie è un ragazzo sensibile, ma poco connesso con i suoi vissuti affettivi, in particolare il dolore, curioso, ma inibito nelle relazioni, intelligente ma insicuro. Scosso dall’improvviso e inspiegato suicidio del suo unico amico, nonostante l’attenta vicinanza dei suoi familiari, Charlie si trova in un vuoto di relazioni e di senso, che lui stesso cerca di colmare con le lettere a un amico immaginario, a cui chiede se esista qualcuno che lo possa realmente capire nel suo profondo isolamento esistenziale.

Chi potrà accoglierlo e riconoscerlo saranno i ragazzi dell’“isola dei giocattoli difettosi”, come loro stessi si definiscono, in cui non è importante funzionare bene, ma in cui si può stare ed essere riconosciuti con le proprie fragilità e i propri dolorosi segreti. Così, infatti, vale anche per Sam e Patrick, con cui Charlie lega maggiormente, e che, essendo all’ultimo anno del liceo, non a caso sono anch’essi destinati a lasciarlo.

Inizia così il suo tortuoso viaggio attraverso l’adolescenza, in un prolungato movimento di oscillazione tra l’interno e l’esterno, ossia quel compenetrarsi continuo tra le esperienze affettive, relazionali, il mettersi alla prova in contesti nuovi da una parte e gli equilibri interni costantemente in discussione attraverso le speranze, gli investimenti, le crisi e le separazioni anche da parti di sé che non torneranno più, dall’altra.

L’oscillazione è anche tra il divenire e ciò che lo precede, cioè tra tutte quelle esperienze, quegli stati d’animo, così profondamente connessi con la pubertà di Charlie, che lo metterà di fronte al suo non essere più il bambino che è stato fino ad ora, e il prendere contatto con ciò che queste trasformazioni evocano: il suo doloroso passato.

Scopriremo con i suoi stessi occhi e il suo stesso impatto percettivo, che il trauma più profondo risiede nel suo rapporto con la zia fino a quel momento fortemente idealizzata.

Charlie può “scoprire” il trauma dell’abuso soltanto attraverso l’intimità sessuale con Sam, non a caso anch’essa a sua volta abusata.

Freud (“Progetto di una psicologia”, 1895) ha postulato il concetto di “posteriorità” per descrivere la peculiarità di un evento cronologicamente secondario e apparentemente irrilevante di rivelarsi traumatico per la persona che lo vive, in quanto capace di ridestare la portata traumatica propria di un primo evento, più antico e rimosso. Nel caso di Charlie, la vicinanza con Sam, sulla sana spinta pulsionale della pubertà, quindi attraverso l’accesso alla sessualità genitale nella sua forma adulta, costituisce quell’evento secondario che conferisce quel significato sessuale, e quindi traumatico, all’evento originario, ossia la relazione abusante della zia, che tale non poteva essere vissuta dal Charlie bambino.

Ferenczi (“Confusione delle lingue”, 1932) aveva ben descritto i meccanismi dell’abuso sessuale nella relazione tra l’adulto e il bambino. Al linguaggio della tenerezza che il bambino utilizza nei confronti della figura adulta amata, l’adulto abusante risponde con quello della passione, erotizzando e sessualizzando la relazione con il bambino.

L’abuso intrafamiliare prolungato si può reggere soltanto attraverso il segreto. Fatalmente tutte le persone, intorno a Charlie, oltre alla zia (“sarà il nostro piccolo segreto”) gli chiedono di tenerne uno, intorno alla violenza o alla sessualità: lo fa la sorella, che, picchiata dal ragazzo, subito dopo lo bacia, annullando l’atto di violenza (Charlie avrà qui il primo flashback della zia); lo fa Patrick, quando Charlie lo trova nell’intimità col suo ragazzo Brad; lo fa anche Sam rendendo clandestino il loro primo bacio, mentre lei ha già una relazione e, involontariamente confondendo le lingue, in modo inverso alla zia, baciando con tenerezza Charlie (“il primo bacio dev’essere da chi ti vuole bene”) mentre lui parlava il linguaggio della passionalità.

Avvicinandosi al crollo psichico di Charlie, man mano che l’esperienza del trauma si fa sempre più vicino alla sua percezione, iniziano a “tornare” quelle parti del Sé che egli aveva dovuto tenere dissociate fino ad allora. Per il bambino abusato è impensabile conciliare la figura dell’adulto che ama con quella dello stesso adulto che gli fa violenza e lo getta in uno stato d’angoscia così profondo e terrificante. La dissociazione interviene come difesa estrema rispetto al pericolo di integrare queste parti così minacciosamente opposte, al prezzo di tenere dissociate anche i rispettivi stati del Sé di Charlie.

Vediamo così esplodere improvvisamente quella rabbia con cui Charlie sembrava non essere assolutamente in contatto, nella scena della mensa in cui difende Patrick, proprio quando il suo ragazzo disconosce la relazione intima avuta con lui. Tanta è la rabbia dissociata (Charlie non ricorda nulla di ciò che ha fatto, agendo in uno stato di coscienza alterato) tanto è il senso di colpa, prima inavvicinabile, perché inavvicinabile era la rabbia nei confronti della zia. Quando emerge, infatti, Charlie, angosciatissimo, chiama la sorella per chiederle se la zia sia morta perché lo abbia voluto lui, contattando così improvvisamente le fantasie omicide connesse all’essere vittimizzato.

Il crollo, ben rappresentato dalla frammentazione sullo schermo dei vari Charlie che si separano gli uni dagli altri, sarà il passaggio attraverso cui poter integrare dentro di sè, con il ricovero e il plausibile lavoro con la psicoterapeuta, tutti quegli stati affettivi che non potevano essere avvicinati prima. Charlie potrà quindi avere finalmente accesso al dolore, che prima non poteva provare (come ci è evidente quando racconta in modo anaffettivo a Sam del suicidio dell’amico). Potrà vedere riconosciuta nel rispecchiamento degli altri, compresi i genitori, la portata emotiva di quegli eventi e di quei vissuti. Potrà, quindi, riappropriarsene, dotarli di senso e investire creativamente il proprio pensiero, attraverso la metafora della macchina da scrivere, con cui potrà rimettersi alla ricerca, ora più autentica, di quelle tracce di sé con cui narrare la propria identità in trasformazione.

Potrà, quindi, finalmente sentirsi “infinito”, pienamente dentro di sé e dei propri vissuti, ora aperto a ciò che è e sarà: con le parole della terapeuta “non possiamo scegliere da dove veniamo ma possiamo scegliere dove andare da lì in poi”.

 

Dott. Alberto Codazzi

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