Quando la Paura fa Paura: gli Attacchi di Panico

Il termine “paura” deriva dal sostantivo latino “pavor” e da “pavere”(temere, aver paura), imparentato con “pavire”, battersi/abbattersi a terra, figurativo di eventi quali lo svenire, il soccombere, o l’appiattirsi al suolo per nascondersi.

La paura, sembra, soprattutto ai nostri giorni, rappresentare una minaccia terribilmente incombente, tale da sconvolgere tutte le certezze degli individui e delle collettività, e tale da assumerne una sua consistenza e configurazione psicopatologica.

Negli ultimi anni si è assistito ad un crescente interesse per il disturbo da attacchi di panico (DAP), quadro psicopatologico a repentina insorgenza che evidenzia un notevole potere disorganizzante sulla personalità, sulla vita relazionale e sociale dell’individuo.

Gli studi epidemiologici pongono l’incidenza di tale quadro in un range che oscilla tra lo 0.4 e il 3% della popolazione, con una prevalenza sul versante femminile (rapporto di circa 1 a 4). La fascia d’età che è maggiormente colpita da questa patologia è compresa tra i 18 ei 35 anni.

I sintomi del disturbo da attacchi di panico sono così schematizzati dal DSM IV (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali):

 

-   Dispnea o sensazione di soffocamento

-   Sbandamenti, instabilità o sensazioni di svenimento

-   Palpitazioni o tachicardia

-   Tremori fini o a grandi scosse

-   Sudorazione

-   Sensazione di asfissiare

-   Nausea o disturbi addominali

-   Depersonalizzazione e/o derealizzazione

-   Parestesie (torpore o formicolio)

-   Improvvise vampate di calore

-   Dolore o fastidio al petto

-   Paura di morire

-   Paura di impazzire o fare qualcosa d’incontrollabile.

 

Ciò che caratterizza l’attacco di panico è un improvviso attacco contraddistinto da un’intensa e profonda sensazione d’angoscia, di catastrofe imminente, di pericolo, di terrore, di paura, accompagnato da grande inquietudine ed agitazione, unitamente ad un comportamento disorganizzato e afinalistico. In questa connotazione estrema l’ansia impedisce all’individuo l’organizzazione di un’adeguata strutturazione del pensiero e di strategie difensive a livello psico-cognitivo.

Frequentemente al panico sono associati fenomeni di depersonalizzazione (sensazione di estraneità nei confronti del proprio mondo psichico e somatico) e di derealizzazione (sentimento di confusivo allentamento del normale e sostanziale contatto con la realtà esterna che viene percepita come strana e insolita)

La crisi di panico può conseguire da un’intensa reazione emotiva scatenata da un pericolo reale (per esempio terremoti, incidenti drammatici, etc.), o manifestarsi quale conseguenza del “grave pericolo o minaccia” derivante dai conflitti o tensioni esistenti a livello inconscio (intrapsichico).

Il disturbo da attacchi di panico, se vogliamo, può essere considerato un concetto al “confine” tra mondo psichico e somatico. Pertanto merita una breve accenno alcuni studi sui suoi correlati biologici.

I sistemi neurotrasmettitoriali implicati sono quelli GABAergici, noradrenergici e serotoninergici della corteccia prefrontale, del locus coeruleus, del nucleo del rafe mediano ed infine del sistema limbico.

Il sistema limbico costituisce una complessa struttura funzionale del sistema nervoso centrale deputata all’elaborazione delle emozioni e degli stati affettivo-istintivi, fattori fondamentali nell’espressività, nel comportamento e nelle attività vegetative e somatiche.

All’ipereccitabilità di tale sistema corrisponderebbero, sul piano psico-comportamentale, le reazioni di paura e di panico.

Il panico sul piano psicodinamico va considerato all’interno di una relazione, cioè: “ panico rispetto a che cosa ?”.

Il mondo dell’attacco di panico va soggettivizzato e contestualizzato, è necessario  considerare il sintomo come il segnale di un malessere più profondo che proprio attraverso quel sintomo viene in superficie e chiede di essere ascoltato.

La ragione del perché il sintomo appaia immotivato, anche a chi lo vive, è insita nella modalità stessa di far fronte all’angoscia, cioè alla tendenza a tagliare alle radici  il rapporto  dell’angoscia con lo sfondo da cui origina, e lasciare sulla scena un panico “immotivato” che chiede attraverso il corpo, quell’aiuto che nella mente non riesce a trovare.

Pertanto l’attacco di panico va considerato come una via di fuga, come il punto di emergenza di una configurazione psicologica conflittuale presente nella vita della persona e dotata di una sua specifica storia, che può essere scoperta solo concedendosi del tempo nella sua trattazione.

Quel pacchetto di angoscia che viene confezionato  nella crisi di panico ha bisogno di tempo per essere aperto e visto in tutte le sue componenti e ramificazioni.

Il lavoro psicoterapeutico con la persona che soffre di attacchi di panico, si propone quindi di fare emergere col tempo connessioni e corrispondenze il cui significato emotivo dell’attacco, disconosciuto sino a quel momento, può essere gradualmente accettato e riconosciuto dalla persona stessa.

 

Dott. ssa Stefania Lavacca

 

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