“Il mimetismo delle nuove dipendenze”

Nell’immaginario collettivo il concetto di dipendenza viene generalmente associato ai fenomeni della droga e dell’alcool. Il mutamento di diversi fattori di carattere socio-economico e culturale degli ultimi decenni ha fatto sì che la diffusione di queste sostanze si sia gradualmente svincolata dalle rappresentazioni sociali dell’eroinomane “del parco” o dell’alcolista che beve di nascosto. Sebbene queste manifestazioni di sofferenza e isolamento persistano anche nella loro più estrema drammaticità, sono mutate le modalità di consumo delle sostanze, ora più differenziate e accessibili (pensiamo alla moltiplicazione delle droghe sintetiche e al ritorno alle droghe più “classiche”, ma con un diverso impatto sociale rispetto a prima). I costi più ridotti, la scarsa percezione di pericolosità, il bisogno di sensazioni forti per uscire dalla noia e dal vuoto esistenziale e la necessità di sostenere livelli prestazionali sempre più elevati sono soltanto alcuni tra gli aspetti che possono contribuire a spiegarne la maggior diffusione rispetto al passato.

Ma le droghe pesanti e leggere, così come l’alcool e il fumo, rappresentano soltanto le espressioni più note e socialmente riconosciute di sostanze verso cui si possono sviluppare condotte di dipendenza, con i relativi fenomeni di assuefazione e tolleranza (che implica il bisogno di aumentare la dose della sostanza per poter continuare a percepirne gli effetti). Oggi assistiamo al proliferare di nuove forme di dipendenza verso oggetti, abitudini o stili di vita, che non evocano il fantasma della tossicità neurochimica e che, di per sé, rientrano nella vita “normale” di tutti i giorni. Cibo, sesso, lavoro, culto della forma fisica, internet, televisione, videogiochi permeano il sistema di vita nella cultura occidentale moderna.

Quando la ricerca di un’immagine ideale di sé viene proiettata su di un’ideale di successo lavorativo, sociale, relazionale, così come quello di perfezione della forma fisica o di qualsiasi altra aspirazione di gratificazione personale, lo sforzo può diventare totalizzante: “posso sentirmi realizzato solo se raggiungo quella determinata posizione lavorativa/solo se ho successo con le persone/solo se ho un fisico invidiabile, etc.”. Questo può avvenire anche quando l’eccessiva dedizione verso uno di questi traguardi non sembra tesa alla concretizzazione di un’immagine ideale di sè: anche l’uso quotidiano di strumenti ad alto potenziale ipnotico, come internet, televisione, videogiochi, telefonini e tutto ciò che fa parte dei nuovi media digitali, così come il gioco d’azzardo e l’esercizio fisico, possono diventare irrinunciabili nella quotidianità, esclusivi ed escludenti rispetto alla complessità delle percezioni, degli interessi e delle relazioni di vita della persona. Ciò che lega queste modalità a prima vista così differenti, perché differenti sono gli “oggetti” verso cui tendono, è l’impossibilità di posticipare o modulare la soddisfazione del bisogno stesso, ovvero la dipendenza da qualcosa di esterno per la regolazione di bisogni interni. Quando la giornata non è più la stessa in assenza di questo “oggetto”, quando gli affetti e le relazioni diventano secondari, poco vividi, sullo sfondo, se non ai limiti dell’essere percepibili (proprio come quando una sostanza psicotropa occupa la mente di chi ne fa uso), il rapporto si è trasformato in dipendenza.

A caratterizzare il legame di dipendenza non è l’oggetto in sé, che invece può originariamente esistere per un utilizzo sano: è la forma stessa di questa relazione. Inderogabile, imprescindibile, mossa da un bisogno molto potente, al di fuori delle possibilità di controllo.

Il fatto stesso che la dedizione al lavoro, alla forma fisica, l’uso di internet, tv e media digitali siano largamente condivisi e promossi dai nuovi bisogni sociali e dai canali di marketing, è tra i fattori che rendono più difficile il riconoscimento di una forma di dipendenza verso gli stessi. Possono radicarsi, così, forme subdole di dipendenza, perché la componente di perdita del controllo è facilmente disconosciuta o minimizzata. Si perde la percezione di chi controlla cosa (“posso smettere quando voglio”) e in quale verso vada il rapporto di possesso (la persona verso il suo “oggetto preferito” o viceversa: “sono io che lo posseggo e ne so regolare l’uso”). Il crinale tra i due versanti viene scavalcato laddove l’utilizzo costruttivo al servizio di sé o delle proprie relazioni lascia il passo all’aggrapparsi all’oggetto o allo stile di vita prescelto, come se il pensiero di fondo passasse dal “lavorare mi gratifica e mi fa sentire utile” o “allenarmi mi aiuta a stare meglio con me stesso” al “mi sento male (niente mi può dare un minimo di soddisfazione personale) se non raggiungo quella posizione professionale/se non dedico almeno due ore al giorno all’allenamento/se non trascorro almeno tot. ore al giorno davanti a facebook”. Gli stessi strumenti che si declinano al servizio della comunicazione con gli altri possono diventare al servizio di centinaia di contatti fittizi, al posto di una comunicazione più profonda e reale, contatti che possono permettere di sentirsi ricercati e ricercare senza però uno scambio “vero”. Giochi di ruolo nelle realtà virtuali possono arrivare a sostituire l’investimento emotivo rispetto alla realtà spesso dura e poco gratificante del reale, alla ricerca di un appagamento all’interno di un mondo in cui le regole vengono riscritte.

Di fondo, esiste una sofferenza intima, che può essere negata o dissimulata, a seconda di quanto possono essere riconosciute la dipendenza stessa e la perdita di controllo su di sé e sull’“oggetto”. Un legame di questo tipo, dove il rapporto con l’oggetto crea un’illusoria sensazione di controllo, di gratificazione immediata, di sollievo o fuga, risponde a un vissuto più profondo di inadeguatezza, impotenza, passività, inferiorità, senso di vuoto, noia, solitudine, talvolta di depressione. Anche nella dipendenza dagli strumenti di comunicazione, e quindi nella degenerazione della loro funzione, l’altro non esiste realmente come persona, con valori, pensieri ed emozioni proprie, ma esiste solo il proprio bisogno dell’altro, come in un’alienante rapporto di dipendenza affettiva. Nella dipendenza da sostanza, è della sostanza (invece che della persona) a esistere il bisogno.

La persona che perde la capacità di autodeterminarsi in un legame non riesce a decidere per sé, non riesce a poter desiderare realmente, perché legata o, per meglio dire, internamente vincolata, al bisogno di dipendenza dall’oggetto esterno.

In psicoterapia potersi riappropriare delle capacità di scelta, volontà e autonomia nei confronti di sé e delle proprie relazioni, passa dal potersi riconoscere dipendenti, quindi anche sofferenti. Il processo di cambiamento verso una maggior libertà interiore, rimette in gioco la possibilità di re-investire sui propri affetti e mobilitare le proprie risorse con un maggiore contatto con i propri bisogni, che possono essere percepiti più in profondità, in modo nuovo.

 

Dott. Alberto Codazzi

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